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Luoghi e memorie della battaglia di Castelfidardo ( AN )

Castelfidardo è un grosso paese agricolo ed industriale, in posizione panoramica su uno sperone collinoso, alto 212 metri, che divide le vallate dell' Aspio e del Musone a 22 chilometri da Ancona. La sua storia parte dal lontano VI secolo, quando dei profughi provenienti da Osimo edificarono un borgo fortificato e gli diedero il nome del conte Giscardo, loro protettore. Il nome Castel Giscardo rimase fino fino al 1585, quando venne trasformato in Castel Fiscardo che più tardi si trasformerà nel nome attuale. Comune autonomo fin dal secolo XII, ebbe il castello distrutto da Re Enzo nel 1240; ricostruito da Papa Gregorio IX e passò alla Chiesa nel 1281. Dopo la cattività avignonese si rese di nuovo indipendente, passò sotto i Malatesta e poi gli Sforza, per tornare definitivamente a Roma. La sua fama odierna è legata a due fatti: Castelfidardo è uno dei maggiori centri della fabbricazione di fisarmoniche, pianole ed organi elettronici ed il suo nome è legato alla battaglia del 1860, combattuta nel suo territorio tra i Piemontesi ed i Pontefici. Nella fotografia il borgo visto dalla provinciale che sale da Osimo Stazione.

Il 18 settembre 1860, quasi a conclusione delle battaglie risorgimentali, si combattè la battaglia di Castelfidardo, scontro decisivo tra le truppe ponteficie e quelle piemontesi guidate dal Generale Cialdini. La sconfitta dei primi determinò l' annessione dell' Umbria e delle Marche al Regno di Sardegna prima ed al Regno d' Italia poco dopo. Nel 1902, a memoria di quell' epico scontro, venne lanciata l' idea di un monumento nazionale. Passarono altri dieci anni prima che l' opera fosse terminata; il 18 settembre 1912, con una grande manifestazione, fu inaugurata con tutte le bandiere in rappresentanza dei reggimenti che presero parte alla battaglia. Nella fotografia la monumentale cancellata alla base della collina su cui si sorge il monumento nazionale, situata all' inizio dell' abitato in direzione mare.

Il Monumento Nazionale delle Marche è collocato sulla collina di Monte Cucco, poco distante dal centro storico, ed è stato realizzato in bronzo per commemorare il cinquantenario della battaglia del 18 settembre 1860. Gli ingressi sono impreziositi dalle Cancellate degli Allori in ferro battuto realizzate nel 1925, su disegno di Vito Pardo, realizzatore di tutto il progetto. La collina è stata piantumata con ventiduemila conifere e flora mediterranea ed impreziosita con vialetti, fontane e scalinate scenografiche. La gara per la realizzazione del monumento fu vinta dallo scultore veneziano Vito Pardo che propose una forma innovativa di scultura, del tipo cinematografico per la scelta di porre il condottiero sullo stesso piano dei soldati in una vibrante scena d' assalto. Anche il lavoro dell' artista si rivelò monumentale visto che lo vide impegnato per ben dieci anni. Nella fotografia la gigantesca scultura dei combattenti visti di fronte, dalla cima della scalinata, dove pure il suo autore, Vito Pardo, ha un busto in memoria.


La dinamica rappresentazione di questa carica di soldati piemontesi al seguito del loro Generale Cialdini, che indica il nemico e quindi la vittoria, riempie di emozioni. Le figure dei soldati sono rese in modo molto realistico, con un notevole campionario di espressioni che vanno dal furore, foga e disperazione, nel massimo pathos dell' attacco. Vito Pardo ha fatto della sua opera anche un' allegoria del sofferto percorso dell' unità d' Italia, che anche attraverso le sofferenze della guerra di liberazione, porta alla nascita di una nazione unitaria. La base del singolare monumento è di circa 160 metri quadrati, le figure dei soldati alte quasi tre metri , quella del generale sei. L' opera scultorea è alta sui sei metri e lunga dodici. Ci vollero 150 quintali di bronzo e 6.000 di travertino ascolano per comporre la gigantesca opera. E' nel suo genere, il monumento più imponente in territorio italiano.

Dopo la visita al Monumento Nazionale, il percorso continua verso la vicina frazione Crocette con la splendida Selva di Castelfidardo, centro del Parco storico della battaglia. Diversi cartelli informativi presentano i punti importanti e le manovre degli schieramenti in campo durante lo scontro. La selva, sita in località Monte Oro, si trova poco a occidente della confluenza dei fiumi Aspio e Musone, con quote che vanno da 15 metri fino a 120; essa rappresenta un patrimonio naturale unico perchè ricco di importanti e particolari eco-sistemi. E' caratterizzata da un micro-clima caldo ed arido nella zona sommitale e più fresco ed umido in quella inferiore. La selva è un bosco di caducifoglie sub-mediterranee, con alcune impronte di mesofilia che è possibile dividere in cinque orizzonti dall' arboreo al lianoso. E' un bosco molto antico, " relitto " del tardo Olocece, con un grosso grado di evoluzione e complessità. Numerosi disboscamenti ne hanno ridotto l' area agli attuali 52 ettari; oggi è un' Area floristica protetta delle Marche e SIC ( Sito di Interesse Comunitario ) con molti sentieri che la attraversano. Nel tempo si è costituita la Fondazione Duca Roberto Ferretti di Castelferretto ed un Centro di Educazione Ambientale, con gli antichi proprietari della selva, Comune, Provincia ed Italia Nostra per valorizzare e preservare l' area dove si svolse la battaglia di Castelfidardo. Nella fotografia la strada di accesso alla selva dopo la frazione Crocette.
La battaglia di Castelfidardo dal punto di vista militare fu di modesta portata, sotto il profilo politico, invece, fu una pagina gloriosa per l' unità d' Italia. Nel 1859 lo Stato Ponteficio aveva perso le Romagne ed era ridotto a Lazio, Umbria e Marche. Garibaldi salendo da sud, dopo aver liberato Sicilia, Calabria e Campania si apprestava a muovere verso Roma. I piemontesi capirono che non potevano lasciare fare tutto a Garibaldi e fargli prendere tutti i meriti, con il rischio di farlo poi magari diventare un dittatore. Scesero verso il centro Italia con l' intento di aprire un corridoio adriatico per riunirsi con lui e poi andare a Roma. Il Papa, visto il pericolo, chiamò a raccolta tutti i cattolici europei, come in una moderna crociata; venne formato un esercito di volontari, in gran parte nobili francesi, e spedito nelle Marche. Per smuovere l' ardore dei difensori del Papato, venne pure chiesta al Santuario di Loreto la bandiera turca conquistata nella battaglia navale di Lepanto. La Selva di Castelfidardo si trovò al centro delle operazioni militari e risultò una zona decisiva per l' esito finale dello scontro. Nella fotografia visuale del Monte Conero visto dal tratto finale di Via della Battaglia, vecchia carrozzabile che taglia la selva sullo spartiacque ed usata dai nobili Sciava prima e Ferretti poi per accedere alla loro villa.

Il luogo strategico in questa campagna bellica tra esercito piemontese e quello ponteficio risultava essere Ancona ed il corridoio adriatico; dal porto dorico potevano arrivare i rinforzi austriaci per il Papato ed il Piemonte voleva impedirlo. Poi controllando uno sbocco territoriale con il sud i Piemontesi potevano ricongiungersi con Garibaldi e le sue vittoriose truppe, per poi marciare su Roma; cosa che i soldati pontefici volevano assolutamente evitare. Nella corsa a sistemare le truppe nei punti chiave del territorio anconetano i Piemontesi arrivarono un giorno prima dei loro avversari e si sistemarono sulle alture di Osimo, Monte San Pellegrino e Monte Oro, l' odierna Selva di Castelfidardo. In quest' ultimo rilievo sistemarono il loro comando per via della posizione favorevole di controllo delle valli dei fiumi Aspio e Musone, di fronte a Loreto. Nella fotografia una delle tante posizioni di controllo sulla vallata del Musone.

A differenza dell' esercito piemontese perfettamente organizzato e comandato, quello ponteficio era composto in gran parte di inesperti volontari francesi corsi alle armi al richiamo del Papa. Essi si divisero in due schieramenti; il primo al comando del generale de Pimodan attaccò il comando piemontese alla Selva di Castelfidardo, mentre il secondo, al comando del generale de la Moriciére si diresse verso Ancona. L' assalto dell' esercito ponteficio fallì, de Pimodan fu ferito a morte ed i suoi soldati sbandarono; lo schieramento diretto al capoluogo dorico fu costretto a correre in soccorso dei loro compagni. Cannoneggiato dalle alture e poi circondato, l' esercito del Papa si arrese, mentre il loro generale scappò verso Ancona: erano le dodici del 18 settembre 1860. Ancona, assediata da terra e da mare resistette ai cannoni piemontesi fino al 29 settembre, poi capitolò e le Marche divennero parte del regno piemontese. Nella fotografia visione dall' estremo lembo della Selva di Castelfidardo della città santuario di Loreto.

Durante gli scontri caddero 87 volontari pontifici più il generale Georges de Pimodan e 63 militari piemontesi. Un numero esiguo di vittime per una battaglia, che sotto l' aspetto storico e civile, fu decisiva in quanto congiunse Marche ed Umbria al Regno d' Italia. L' anno successivo alla battaglia di Castelfidardo, gli abitanti del posto istituirono una raccolta fondi per la realizzazione di un Sacrario per i valorosi che, in opposti schieramenti, avevano dato la vita per un ideale ed erano stati seppelliti sullo stesso terreno. Lo spazio scelto fu la collina iniziale di Monte Oro, alla confluenza dei fiumi Aspio e Musone. Il Sacrario, in candido marmo bianco, è uno spazio quadrato sormontato da dodici colonne piramidali tronche, sulle quali sono scolpiti i nomi dei caduti, ed una stele centrale più alta. Le salme dei piemontesi e dei volontari pontifici provenienti da tutta Europa, furono tumulate in sacelli separati. L' opera venne ultimata nel 1870.


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